Una mostra tutta da gustare! “Il cibo nell’arte” a Palazzo Martinengo: esperienza sensoriale dal Rinascimento al XX secolo

giovedì 05th, febbraio 2015 / 21:34 Written by
Una mostra tutta da gustare!  “Il cibo nell’arte” a Palazzo Martinengo: esperienza sensoriale dal Rinascimento al XX secolo

Palazzo Martinengo, Brescia – Le stanze sono divise come portate e “luoghi del cibo”, dal mercato, motore primo dell’acquisto e delle selezione alimentare (solo nelle città di mare si mangiava il pesce per esempio, a meno che non si abitasse sul lago o su un fiume), alla dispensa, destinata allo stoccaggio e alla conservazione. Tempi ben lontani dai moderni frigoriferi. Chi avesse visitato i Giardini di Boboli a Firenze, ricorderà le ghiacciaie medicee: l’uso della neve per la refrigerazione e rinfrescare le bevande era un privilegio per pochi, già dai romani, essendo attestato in Seneca che si scaglia contro l’imperialismo gastronomico dell’Urbe e nel raro Trattato della neve (XVI sec.) dello spagnolo Francisco Franco. ScopriBrescia organizza la visita cui partecipo, affidata alla bravissima Laura Stefanini che ci spiega ogni dipinto. Il cibo era raffigurato nell’arte classica come decorazione, fu Giotto lo spartiacque, colui che per primo gli diede dignità come soggetto non meramente decorativo. Da allora il Rinascimento, il tardo Cinquecento e la Controriforma, con intenti satirici o moraleggianti e allegorici lo rese un assoluto protagonista. Si delinea attraverso le tele un percorso attraverso la storia della nostra alimentazione, dalla commercializzazione dei prodotti dapprima nei mercati fino al consumismo di Warhol, alla conservazione appunto, fino al frigorifero e, rovescio della grande produzione in serie, allo spreco. Un fattore importante, quello che “acquistiamo più di quanto consumiamo”, per meditare sul problema della nutrizione sul pianeta. Se un tempo esistevano alimenti per ricchi e per poveri, ora la distinzione sembra basarsi più sulla qualità, con alimenti medesimi, ma di serie A e di serie B. Chef stellati fanno bene a promuovere il made in Italy, ma a volte non fanno i conti nelle tasche degli italiani, fingendo di non vedere che il caviale ha un costo ben superiore alle uova di lompo, e così via… ma ritorniamo alla mostra, in ogni dipinto c’è uno spaccato di storia dell’alimentazione, oltre che a delle vere chicche artistiche.

Warhol

Con frutta e verdura la natura è tutt’altro che morta

Il menù come lo concepiamo noi, alla russa, si diffuse solo nell’Ottocento. Prima non esisteva un vero concetto di portata. Inoltre i cibi non erano divisi in categorie come quelle odierne, ma si usava la dottrina greca degli umori, ovvero umido e secco, caldo e freddo. Dalla frutta il principio, e quindi il detto “essere alla frutta” anticamente non valeva. Essa era per ricchi, in quanto alta e quindi vicino al cielo, e “rara”; i contadini difficilmente rinunciavano a colture di prodotti più sostanziosi che avrebbero sfamato la famiglia per squisiti ma poco nutrienti frutti. Ne sono un esempio le noci, il cui albero è molto lento nella produzione e si credeva nuocesse alle piante attorno, dall’etimologia noce/noceo (faccio male). Per questo infatti veniva considerato l’albero delle streghe. La verdura era per tutti, o almeno in parte: quella sotto terra (tuberi e bulbi) era un po’ volgare. I nobili preferivano quella da foglia. In particolare l’insalata, il cui modo di condirla era un vanto della nostra cucina, tanto che veniva chiamato “all’italiana”, ossia ben pulita, ben salata, con poco aceto e ben oliata.

FIGINO

Nell’iconografia, la prima natura morta italiana è di Ambrogio Figino (presente alla mostra): le sue pesche esprimono un realismo incredibile, tanto che l’aneddoto vuole che alla di lui moglie, incinta, guardando il quadro, venisse voglia di mangiarne. Il genere della natura morta esprimeva il senso effimero della vita, come in letteratura la rosa era la bellezza femminile destinata a perdersi col tempo. Tra quelle in esposizione, oltre alla citata del Figino, quelle stupende del bresciano Ceruti (il Pitocchetto) e dell’anonimo caravaggista con le sue meravigliose zucche, fino alla perfezione di Christian Berentz. Nel bizzarro Antonio Rasio la lezione dell’Arcimboldo si spinge ad estreme baroccherie, con intenti un poco più vacui e quasi meramente decorativi. Notevoli le rivisitazioni moderne del grande David LaChapelle in “America” e “Late summer”.

Marten de Vos

Diamoci all’ittica

Giacomo da Liegi dimorò a Genova, ove poté ritrarre il pescato giornaliero. Un tempo per chi non viveva al mare il pesce era un lusso, se non un miraggio. Freschissimo arrivava solo sulle tavole dei ricchi, e un lettore attento potrebbe ricordarsi di una satira di Orazio nella quale il poeta deride l’eccesso di ittico lusso. Per i poveri c’era il pesce sotto conservazione: la ventresca e la bottarga, che ora costano non poco, il baccalà o lo stoccafisso, soprattutto nella città della Lanterna o nelle Serenissima. Un esempio di grande varietà ci viene da Marten de Vos nelle “Cuoche in cucina”: all’incarnato italiano delle donne intente a preparare il sontuoso banchetto sullo sfondo (che con allusione dotta è quello del ricco Epulone), si accosta una meticolosità fiamminga (ricorda Bruegel il vecchio) nel ritrarre pesci vari, anche d’acqua dolce, tra cui persici e lucci. Nei napoletani (Recco) la varietà è incredibile, e attualissima, con scatti che paiono tratti da una pescheria dei nostri tempi: triglie, sogliole, conchiglie, molluschi, pagelli, sgombri, orate, e persino una tartaruga con le sue uova, non certo decorativa, ma fruibile essa stessa nel pasto.

Selvaggina, carni e salumi

Perché un pittore dovrebbe ritrarre un pezzo di carne? Come soggetto è piuttosto anomalo, se non poco grazioso esteticamente. Ma carne siamo, e oltre a costituire un banco di prova tecnica non indifferente, è un “Memento mori” davvero potente sulla caducità della vita. La carne era per eccellenza il cibo dei ricchi, che ne abusavano pure, a differenza delle classi più basse che la vedevano semel vel bis anno (Natale e Pasqua). La caccia poi era l’attività esclusiva dei signori. La selvaggina occupa un ruolo importante, sia da pelo che da penna. Gli uccelli in particolare, volando, ed essendo quindi prossimi a Dio, erano nobile alimento. Si notano nei dipinti varietà incredibile di uccellini, sia dal becco gentile che più grandi, oltre che gli animali da cortile: pollame, oche, anatre, e pavoni, mangiati fin dai romani, e risparmiati poi dalle tavole dopo la “scoperta” del tacchino.

Campi_Vincenzo_—_I_mangiatori_di_ricotta_

Formaggio

Il cremonese Vincenzo Campi contamina l’importante influenza fiamminga nella città del Torrazzo con certa letteratura satirica e moraleggiante. La tendenza al grottesco, che si può notare nel tardo Bosch, per esempio, è al servizio di un messaggio che fa del godimento eccessivo del senso, e del sesso, un fattore nocivo, in pieno clima post tridentino. Ne “I mangiatori di ricotta” personaggi dall’aspetto sgradevole e repellente si ingozzano appunto di ricotta, un formaggio all’epoca considerato di scarto, per poveri, a differenza di quelli freschi destinati ai delicati palati dei nobili. Peggio ancora gli stagionati duri, si pensi per esempio al bitto, oggi considerato una prelibatezza, ma che un tempo sarebbe stato pietanza per pezzenti. E l’uso ora tanto in voga di marmellatine, confetture, chutney e miele vari, che io non gradisco a pieno, era all’epoca funzionale ad attenuare il sapore troppo forte del formaggio.

Dulcis in fundo

Anche il dessert era per pochi eletti. Per zuccherare si usava il miele, e l’introduzione dello zucchero da parte degli arabi non fu rivoluzionaria: costava troppo. In seguito alla scoperta dell’America esso andò a soppiantare, molto lentamente, il prodotto delle api, che ora invece torna sempre più di moda. Al sud la dominazione islamica aveva creato una pasticceria complessa e raffinata, seppur molto molto dolce. Nel Maestro SB si trova per esempio una delle prime raffigurazione della sfogliatella napoletana. Al centro paiono già comuni tuttavia le ciambelle e il panpepato, che diventerà poi il senese panforte Margherita.

“Il cibo nell’arte – Capolavori dei grandi maestri dal Seicento a Warhol”, che gode del patrocinio di Expo, è visitabile fino al 14 Giugno 2015 a Palazzo Martinengo a Brescia; ingresso 10 euro. www.mostraciboarte.it

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foto golose