Siamo stati all’8° Festival del Cibo di Strada di Cesena, ecco cosa ci è piaciuto e cosa no

domenica 12th, ottobre 2014 / 07:16 Written by
Siamo stati all’8° Festival del Cibo di Strada di Cesena, ecco cosa ci è piaciuto e cosa no

Fritto, fritto, fritto, lampredotto, gyros pita e piadine. Il consumo di cibo di strada, oltre che a fattori sociali e culturali, oggi è legato anche effimere mode gastronomiche, che spesso fanno dimenticare le sue origini di pasto consumabile in piedi, trasportabile, pratico ed economico. Nell’era di gourmet e gastrofanatici una ghiotta occasione per scoprire o riscoprire lo street food nazionale e di mezzo mondo è stata l’ottava edizione del biennale Festival del Cibo di Strada, che si è svolta a Cesena il primo fine settimana di ottobre.

Tenendo un attimo da parte le leccornie in questione, conviene ricorda che l’idea di cibo di strada ha preso forma con la nascita delle città della civiltà mediterranea: servito nei caratteristici chioschi o offerto da venditori ambulanti, costituisce la più antica e autentica forma di ristorazione. Semplice nella preparazione, legato alle tradizioni agro-alimentari del territorio a cui appartiene, il cibo di strada è probabilmente la più onesta tra le diverse forme di offerta gastronomica, quella meno soggetto all’influenza di mode passeggere, quella che maggiormente consente di leggere la storia (non solo gastronomica) di una città e dei suoi abitanti.

Cesena è stata la prima a credere nel cibo di strada e di provare a valorizzarlo con un evento di tutto rispetto, un appuntamento ghiotto di occasioni per scoprire profumi, sapori e cibi lontani dalla tradizione delle proprie terre anche perché il cibo da strada non è mai veramente sbarcato per esempio al nord Italia, se non nella forma di cibo migrante quali per esempio la piadine romagnole e il kebap. Così nella città di Malatesta ci si può sbizzarrire ed è bellissimo vedere gente seguire profumi e piatti altrui per infilarsi in lunghe code in attesa magari della famigerata carne argentina piuttosto che delle bombette pugliesi o dell’ogni anno gettonato banco della Sicilia.

Cosa ci è piaciuto molto

Sono sempre stato scettico nei confronti della cucina indiana, abbinandola, forse per colpa di un vecchio spettacolo del comico Luttazzi, a una cornucopia di spezie. Cosa vera in parte: le spezie sono molto presenti, ma non così invasive come temevo. Mi sono ricreduto a partire dal samosa, un fagottino fritto ripieno di patate e verdure con un miscuglio di spezie, veramente buono. Il biryani è un piatto unico di riso pilaf allo zafferano con  carne o verdure, semplice ma con tutti gli aromi con cui si potrebbe descrivere l’India intera. Mi sono dispiaciuto di non avere mangiato prima il golden chicken, non una banale frittura di pollame, bensì un gustoso, delicato e fresco pollo fritto aromatizzato con zenzero, lime e spezie: probabilmente il miglior piatto salato di questo viaggio gastronomico. Impari il confronto con il venezuelano chicharrones de pollo, accompagnato con arepitas, polpettine di mais.

La cucina tipica del Marocco è una cucina golosa e raffinata, non piccante, ma con spezie dosate con un risultato armonioso. I profumi invitanti, il popolare cous cous, la famigerata pasticceria e l’apprezzato tajine di manzo con prugne hanno creato lunghe code, ma come non parlare dei brick, un involtino di leggerissima pasta sfoglia tipica del nord Africa (chiamata per l’appunto brick) ripieno di riso, zafferano, prezzemolo e tonno, ovviamente fritto: da mangiarsi per strada, godendosi il suo equilibrio di sapori e le mani tutte unte.

Un po’ sottovalutato dal pubblico, lo stand rumeno proponeva dei gustosi mici cu mustar, polpetta di carne mista, di forma cilindrica, aromatizzata con pepe nero, aglio, coriandolo e altre spezie (per rendere l’idea ricorda i balcanici cevapcici), servita con senape e pane tostato e da accompagnare con una birra, rigorosamente dalla Romania come la Timisoara o la Ursus. Una cucina semplice, saporita, che addolcisce il palato con il carpati un dolce triangolare, con strati di pan di spagna e caramello, ricoperto di cocco così da ricordare la catena montuosa dei Carpazi.

Per il dolce dichiaro vincitori i padroni di casa. Lo stand della Romagna – Cesena, oltre alle varie piadine salate, proponeva una piadina con squaquerone e fico caramellato: una incredibile e inaspettata goduria per il palato. Il formaggio cremoso e poco salato si abbina perfetto alla decisa dolcezza del fico.

Cosa non ci è piaciuto

Il Giappone ha sempre un certo fascino. Forse oggi, a livello gastronomico, è l’esotico per antonomasia che, sullo slancio della moda, ha fatto riempire l’Italia, almeno il nord, di locali che propongono sushi nella formula “all you can eat”. A Cesena non poteva mancare una rappresentanza, ovviamente con un bel piatto di onnipresenti maki. Putroppo non ho trovato giustificato il prezzo di quanto mangiato, pur sapendo che il prezzo è determinato anche dalla domanda: gli yakitory, piccoli spiedini di pollo in salsa tery (2), costavano 6 €, mentre i gyoza ai gamberi e verdure costavano 7 euro: tanti per 5 ravioli. Buoni, ma senza infamia e senza lode.
Nella “Street food truck area”, giusto per una merenda salata, mi sono fermato a comprare un cartoccio di olive ascolane. Estasiato dai sapori del pranzo, forse non ho saputo apprezzarle a pieno, ma 5 € per 11 olive mi è parso un conto salato.

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