Il pensiero federalista nel Risorgimento. Spunti dall’omonima conferenza per il 150°.

venerdì 13th, maggio 2011 / 10:52 Written by

Federalismo. È una delle parole più frequenti nell’agenda politica nazionale. Forse qualcuno non ha nemmeno ben chiaro quello che dice, ma questo è un infortunio diffuso. Giorgio Carnevali, docente di scienza politica all’Università di Padova, inDell’amicizia politicaspiega che il federalismo è stato “inventato” pensando a come scopi il superamento dei confini e la tutela della diversità: “Volta (e stravolto) a mete ben diverse – lo dico per inciso – il federalismo è stato riscoperto negli ultimi anni in Italia. Chi abbia una sia pure parzialissima consapevolezza di cosa significhi federalismo sa infatti che nessun nuovo assetto che discendesse dalla divisione (secessione), nonché da un “moto di liberzione” delle aree più ricche del Paese dalla scomoda convivenza con le zone meno sviluppate (questi gli obiettivi dei nuovi federalisti), potrebbe mai chiamarsi federale. È accaduto invece che la questione federalista sia stata evocata e poi deformata fino al grottesco dai suoi nuovi mentori”.

Oggi in tanti strizzano l’occhio a questo concetto, piace. Nell’Ottocento il federalismo fu oggetto di un lungo dibattito, un confronto politico per il futuro assetto del Paese. Per parlarne, a San Martino della Battaglia in occasione delle manifestazioni del 150° sono stati invitati Roberto Chiarini, docente di storia dei partiti alla statale di Milano e legato al PdL, e il suo collega docente di storia delle dottrine politiche Stefano Bruno Galli, politologo legato al partito di Umberto Bossi. Il partecipato evento è stato organizzato dal Comune nell’ambito delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia, ma è nato su iniziativa leghista.

Tante sono state le visioni federaliste. Cattaneo ha un’idea repubblicana di stampo elvetico-europeo e intrinsecamente laico, Gioberti, con il neoguelfismo, immaginava una confederazione degli Stati italiani preunitari presieduta dal Papa. Lo studioso Luigi Torelli, fondatore della Società San Martino e Solferino, per esempio, è stato senatore del Regno sabaudo, ma prima era un funzionario dell’Impero austriaco e durante le Cinque giornate di Milano sventolava il tricolore ed è stato il primo a teorizzare le tre Italie: “L’ipotesi confederativa – dice Galli – è la più sostenuta durante il Risorgimento: 7 Stati con 7 sovrani”. Ognuno cede parte della propria sovranità a vantaggio della soluzione italiana”.

La diffidenza verso il 150°, spiega il politologo, non è una critica rivolta allo Stato, non lo si discute come momento di modernità sociale a partire dal XV secolo. Nessuno potrebbe negare lo slancio etico e civile dovuto al Risorgimento, inteso come processo. Dopo un secolo e mezzo è però necessario constatare che non si sono risolti alcuni contrastanti rapporti come quelli tra Stato Chiesa, tra centro e periferia o quello tra Nord e Sud: “Dobbiamo chiederci se il tornante del 1861 non sia stata una forzatura politica”.

Torelli sosteneva l’Unità d’Italia, ma con federazioni: idee poi riprese negli anni Novanta per esempio da Miglio, considerato “l’ideologo” della Lega Nord, con cui ruppe, fondando nel 1995 il Partito Federalista. Quel pensiero fondante del Carroccio che un tempo era l’autonomismo, con la maturità divenne il federalismo.

Ancora oggi la famosa frase di D’azeglio, o meglio liberamente ispirata a una sua nota, è attuale: fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani ossia fatto lo Stato, bisogna fare la Nazione. Qualcosa oggi non va per il meglio, non è un mister. Galli ha fatto notare una cosa interessante. Nelle celebrazioni del 1911 l’Italia compiva 50 anni e c’era di fondo un’idea di Stato e di futuro. Nel 1961 l’idea d’Italia era quella del benessere diffuso, figlio del boom economico. Ora, a 150 anni, “quale idea d’Italia si può tirare fuori oggi per domani?”. Che sia stato o no un buon compleanno, forse malinconico, il calendario degli eventi ha sicuramente dato spunti per riflettere.

Franco Pavoncello, rettore dell’americana John Cabot University di Roma, dice :“Che Paese bizzarro! Oggi, 150 anni dopo che le truppe del Nord invasero il Sud per accorparlo alla nuova Italia, un gruppetto di radicali del Nord non vuole più farne parte”. L’interpretazione che oggi viene data agli avvenimenti del marzo 1861 oscilla tra il rifiuto sarcastico e l’entusiasmo patriottico. A parte la disposizione che tutti i liceali, da Bolzano a Palermo, debbano leggere I Promessi Sposi di Manzoni, cosa tiene unita oggi l’Italia? Guardatevi e parlatene.

Il Corriere del Garda n° 8 – aprile 2011 www.ilcorrieredelgarda.info

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