Don Chisciotte, il prodigio Kozincev e il morire senza un motivo

lunedì 18th, ottobre 2010 / 22:20 Written by
Don Chisciotte, il prodigio Kozincev e il morire senza un motivo

Federico Nietzsche era affiascinato da Don Chisciotte. Gregorio Kosintsev, bambino prodigio del cinema sovietico e poi miglior regista del realismo sociale, nel 1957 ne fece un capolavoro in terra di Crimea. Se i più conoscono Federico, Gregorio merita una nota biografica di stampo elogiativo.

Classe 1905, adolesce lavorò sui treni dell’Agit-Prop, spettacolo teatrale itinerante nella Russia post rivoluzionaria per insegnare agli analfabeti gli ideali rivoluzionari, per spiegare falce e martello. Era stato mandato dallo Stato in giro per l’Europa. A diciassette anni fondò la FEKS (Fabbrica dell’attore eccentrico) dando inizio ai primi spettacoli, amalgama di cabaret, circo e cinema, in gran parte improvvisati. La cosa arrivò anche su schermo con lettere danzanti. Negli anni Trenta il successo, nel dopo guerra la disgrazia e soltanto con il disgelo Kozincev potè tornare alla cineprese: diresse una trilogia dedicata a personaggi letterari. Don Quijote nel 1957, ambientato in Crimea. Due acute trasposizioni da Shakespeare: Amleto nel 1964, Re Lear 1971. Figlio del periodo futurista, ricordiamolo per le trasgressioni portatrici di freschezza. Lode a lui.

Federico in una nota scrisse: “Cervantes avrebbe potuto combattere l’inquisizione, ma preferiva fare apparire ridicole le sue vittime, cioè gli eretici ed idealisti di tutti i tipi”. L’attacco di Cervantes al romanzo cavalleresco era la “più generale ironizzazione di tutte le aspirazioni più elevate”. Federico vorrebbe però altra morte per il Don Quijote, desiderio inespresso. Don Chisciotte muore togliendosi la maschera indossata: “Rallegratevi con me, signori miei, perché io non sono più Don Chisciotte della Mancia, ma Alonso Chisciano, a cui gli esemplari costumi meritarono il nome di buono(…) Ormai mi sono odiose tutte le storie mondane della cavalleria errante”. Sembra quasi paradossalmente che il personaggio di Cervantes non muoia di libera morte, ma che muoia troppo tardi. Don Quijote, quando va incontro alla morte, smentisce se stesso, nega le qualità e i caratteri della sua vita.

Federico prende così un poco le parti di Sancio, che disse: “Non muoia , signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi. Se Lei muore dal dispiacere d’essere vinto, la colpa la dia a me, dicendo che la scavalcarono perché io avevo sellato male Ronzinante…”.

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